Chi Siamo

GenerAzione Agricola Diffusa (GAD) si costituisce il 4 aprile 2018 con l’obiettivo di rendere l’Azione Agricola generativa di un progetto più ampio di recupero e valorizzazione delle due storiche proprietà di famiglia: 

18 ettari di terreno, dei quali 12 in Toscana, dove la coltura dell’ulivo è diventata oggi prevalente.

Nell’azione agricola realizziamo il nostro desiderio di aver cura di quanto ci è stato tramandato, riconoscerne la provenienza e saperla riconquistare perché sappia generare qualcosa di nuovo. In controluce le tracce di un desiderio già appartenuto ad altri, eredità immateriale, retaggio che fertilizza in maniera estesa, dislocata, diffusa.

GAD è la nostra famiglia che si mette all’opera: è la responsabilità di un’eredità familiare che attraverso la cura dei luoghi si fa racconto e proiezione al futuro. 

Ḕ sentimento di appartenenza e di erranza insieme, terra e mare, identità plurale sospesa tra il partire e il tornare.

dialogo incessante, curioso e appassionato, incrocio di storie, tradizioni, culture e territori diversi che si riconoscono nella radice comune della più vasta area del Mediterraneo. 

GAD è un nuovo modo di “sentire” i luoghi, è senso vitale del passato, è ricerca di un rapporto più ricco e creativo tra passato e futuro.

Le persone dietro a GAD

Gildo Salerno

Musicologo e professore di lettere al liceo linguistico. Memoria e custode, da sempre, dei luoghi di famiglia. Una passione profonda per la musica, insieme ad una certa nostalgia delle bellezze perdute. Vive a Brindisi continuando ad amare la Francia.

Antonella Salerno

Architetto e imprenditrice agricola. Vive nella provincia di Brescia e condivide vita, passioni e lavoro col marito Angelo. Ideatrice del progetto GAD, coltiva il desiderio di ricomporre e rigenerare i luoghi delle proprie origini con immaginazione e concretezza.

Angelo Alghisi

Architetto, di origine bresciana. Condivide con Antonella vita, passioni e lavoro. Forza motrice del sistema familiare, per l’attitudine alla riflessione e alla concretezza, al lavoro rigoroso e paziente, alla cura e alla rigenerazione dei luoghi.

Daniela Salerno

Sorella maggiore e legante della famiglia. Degli anni romani conserva l’irriducibile tifoseria giallo-rossa, seconda soltanto agli affetti familiari, che vorrebbe sempre intorno per far festa: antidoto indispensabile all’esuberante operosità bresciana.

Alessandro Alghisi

Musicista. Dopo l’Olanda, completa gli studi a Essen in Germania, fra concerti e audizioni. La sua innata curiosità estende i suoi interessi alla scherma antica, al modellismo, al disegno. Sorprende fin da quando nacque, in Puglia, con un mese in anticipo.  

Adriano Alghisi

Al quinto anno del corso di Laurea in Restauro a Mantova. Un’attitudine al lavoro paziente, lento, preciso, rispettoso; il desiderio di un tempo dilatato, da vivere con intensità e abitare senza fretta, senza imposizioni: un tempo accogliente, meridiano. 

Coltivare il paesaggio è un modo di lottare contro il deserto, di opporsi alla terra desolata, di curare la terra oltraggiata, mettendo in movimento ragione, memoria e immaginazione.

La nascita di un paesaggio è la conseguenza di nuove relazioni e pratiche, di nuove emozioni e di nuovi sentimenti di fronte a una realtà territoriale già esistente.

Il paesaggio mette in campo la totalità dell’essere umano, i suoi legami esistenziali con la Terra, luogo base e mezzo della sua realizzazione.

L’uomo che non vuole abitare il territorio come un animale lo deve fare come un poeta. 

Abitare poeticamente significa mettere in movimento la ragione, la memoria e l’immaginazione.

TrasformAzione e Sostenibilità: il cibo al centro

Il privilegio di coltivare paesaggi dalla storia millenaria ci chiede la responsabilità della loro conservazione come della loro rinascita, ci chiede di ri-abitare i luoghi per renderli fruibili,  con usi anche inediti, di aver cura della terra per ridare il giusto valore ai suoi prodotti, salute e gusto al cibo.

Le nostre scelte alimentari oggi rivelano il bisogno di una diversa sensibilità ecologica, di un diverso e ripensato rapporto con la natura ed il mondo animale, la necessità di una nuova convivialità e di rapporti sociali rinnovati. Mettere il cibo al centro vuol dire trasformare il cibo in uno strumento essenziale di cura della propria salute e benessere e, al tempo stesso, dell’ambiente e delle comunità.

La scelta del cibo è un’attribuzione di valore  personale: meritarsi il meglio e nutrirsi al meglio è la vera responsabilità di ognuno di noi verso il cibo; mangiare bene, essere a tavola alla nostra vera presenza, un onore.

Il valore del nostro Olio EVO è quello di un prodotto agricolo indissolubilmente legato al suo territorio di origine.

Pratichiamo un’ olivicoltura tradizionale  consapevole della complessità del processo produttivo e con l’ambizione della qualità migliore, gustativa e nutrizionale, certificata e tracciabile, frutto della cura in ogni fase della lavorazione, dall’oliveto alla bottiglia. Una qualità che non vorremmo solo per pochi.

Difendiamo un’olivicoltura attenta alla tutela dell’ambiente e del paesaggio e capace di valorizzare l’eccezionale biodiversità italiana e insieme l’identità dei luoghi.

Preserviamo la fertilità e la stabilità dei suoli attraverso l’inerbimento e la trinciatura nel rispetto delle erbe infestanti nel periodo di fioritura e di impollinazione.

Eseguiamo potature annuali per un maggiore equilibrio delle piante e una produzione più costante; concimazioni fogliari con prodotti innovativi ed ecocompatibili per una nutrizione più efficace e mirata delle piante; la lotta integrata come difesa dagli insetti dannosi, quando necessaria, con la prospettiva di un’ auspicabile conversione biologica. 

La raccolta delle olive anticipata, nel mese di ottobre, agevolata da abbacchiatori, e la  frangitura nell’arco delle 12/24 ore, conservano nell’olio le migliori caratteristiche sensoriali e nutrizionali del frutto fresco e sano, con un sacrificio di resa a favore di una qualità migliore; il filtraggio prima del confezionamento regala all’olio una grande stabilità e durata nel tempo, purché siano rispettate le condizioni di conservazione (calore, ossigeno e luce ne favoriscono l’ossidazione).

Nel 2020 abbiamo prodotto sette tipologie di oli, tra monovarietali e multivarietali: soloLeccino, soloMoraiolo e il multivarietale IGP in Toscana; soloCellina di Nardò, soloFrantoio, soloCima di Melfi, e il multivarietale in Puglia. Nel 2021 abbiamo certificato la DOP Terra d’Otranto con il multivarietale pugliese, certificazione resa poi impossibile dal contagio di xylella nei nostri uliveti. Sono state prove ed esperienze importanti per conoscere il valore di ogni varietà presente nei nostri uliveti, e anche difficili, per il venir meno di quella certezza rappresentata dai nostri olivi secolari. Non ci siamo arresi. 

Abbiamo piantato oltre 600 olivi in Toscana nel 2020 e altrettanti in Puglia tra il 2022 e il 2024, utilizzando le varietà tipiche in Toscana e quelle certificate resistenti al batterio xylella fastidiosa in Puglia; stiamo inoltre sperimentando la trasformazione varietale delle piante colpite dal batterio attraverso la pratica dell’innesto.

Cultura del cibo e stile di vita fra tradizione e futuro

Nel Mediterraneo, ad eccezione dell’ulivo, della vite e del grano, autoctoni di precocissimo insediamento, le piante sono quasi tutte nate lontano dal mare: arance, limoni e mandarini, introdotti dagli arabi, vengono dall’estremo oriente; agavi, aloé, fichi d’India, vengono dall’America, gli eucalipti dall’Australia; i cipressi sono persiani. Allo stesso modo a tavola: il pomodoro è peruviano, la melanzana indiana, il peperoncino della Guyana, il mais messicano come il tabacco, il riso dono degli arabi, il fagiolo e la patata americani, il pesco montanaro cinese divenuto iraniano. Tuttavia questi elementi sono diventati costitutivi del paesaggio e in molti casi anche della dieta mediterranea.   

Sulle coste e sulle terre del Mediterraneo, l’alimentazione è stata da sempre oggetto di discorsi e riflessione. Mangiare è stato considerato sempre un fatto culturale. La stessa parola “Dieta” (diaita) si ricollega all’alimentazione come stile e regola di vita, salute e convivialità e a quell’insieme di pratiche, conoscenze e rappresentazioni con cui le popolazioni del Mediterraneo hanno creato e ricreato una sintesi tra ambiente culturale, organizzazione sociale e universo mitico religioso intorno alle pratiche e alle poetiche del mangiare. 

Il Mediteraneo, e all’interno di esso ogni singola regione o zona, riflette un susseguirsi di paesaggi, montagne, coste, popoli, civiltà. I cibi, come i luoghi, possono essere letti come protagonisti di una storia che ne  racconta destino, fortuna  e capacità di affermarsi, diffondersi, sostituirsi e mescolarsi.  I mille colori dei cibi, la loro varietà, vivacità, solarità, mescolanza e simbologia  hanno  giocato un ruolo fondamentale per l’affermarsi e il  rinnovarsi del modello alimentare mediterraneo, che appare l’esito della ricerca di equilibrio e di vita, della necessità di mescolare, inventare e creare.

La Dieta Mediterranea è stata riconosciuta dall’Unesco, nel 2013, Patrimonio immateriale dell’Umanità  per le sue proprietà salutistiche e per l’immenso valore culturale di questa eredità millenaria che coinvolge tutti i popoli della regione mediterranea tra il 30° e il 45° parallelo.

La Cucina Italiana è stata riconosciuta dall’Unesco, nel 2025, Patrimonio immateriale dell’Umanità come pratica culturale vivente, fondata sulla valorizzazione delle materie prime, sul rispetto della stagionalità, sull’attenzione alla sostenibilità e sul ruolo centrale della convivialità. Un patrimonio che si rinnova quotidianamente nelle case, nelle scuole, nei mercati, nelle comunità locali, grazie alla trasmissione intergenerazionale dei saperi e alla ricchezze delle tradizioni territoriali.

Vogliamo pensare la Tradizione come storia condivisa che ritorna a far apprezzare il vantaggio dei beni comuni, di una solidarietà territoriale, allargando l’idea di ricchezza. 

Tradizione come orgoglio dell’appartenenza che non diventa “malattia” che contrappone gli uomini, ma rapporto di cura e di attenzione per i luoghi che attraversiamo troppo spesso distrattamente e di cui vogliamo avere a cuore utilità e bellezza. 

Tradizione come  salvezza, ormeggio che ci sottrae a una deriva,  terra dove l’uomo può ancorare la barca della sua libertà. 

Un’idea di tradizione che non stringe ma allarga il nostro linguaggio, che ci rende compiutamente uomini e donne di confine moltiplicando i livelli dell’esperienza, intrecciando la dimensione globale a quella nazionale e locale.